Ecco il nuovo chief of staff di Obama
Il drone e l’acquasanta
Ci sono due squadre nel nuovo gabinetto di Barack Obama: i controversi e i convenzionali. C’è il repubblicano-odiato-dai-repubblicani Chuck Hagel al Pentagono, bersagliato da un ampio ventaglio di accuse che comprende, fra le altre, antisemitismo e omofobia; John Brennan, nuovo capo della Cia, è sospettato di intelligenza con il nemico George W. Bush e il suo antico sostegno alle politiche della “guerra al terrore” è una macchia in un curriculum altrimenti mondo da ogni peccato: nello schema dei valori liberal la campagna con i droni, di cui Brennan è sovrintendente, è nella colonna della virtù. Fra i convenzionali ci sono il bolso e bipartisan John Kerry e il nerd Jack Lew, rispettivamente destinati al dipartimento di stato e al Tesoro.
12 AGO 20

New York. Ci sono due squadre nel nuovo gabinetto di Barack Obama: i controversi e i convenzionali. C’è il repubblicano-odiato-dai-repubblicani Chuck Hagel al Pentagono, bersagliato da un ampio ventaglio di accuse che comprende, fra le altre, antisemitismo e omofobia; John Brennan, nuovo capo della Cia, è sospettato di intelligenza con il nemico George W. Bush e il suo antico sostegno alle politiche della “guerra al terrore” è una macchia in un curriculum altrimenti mondo da ogni peccato: nello schema dei valori liberal la campagna con i droni, di cui Brennan è sovrintendente, è nella colonna della virtù. Fra i convenzionali ci sono il bolso e bipartisan John Kerry e il nerd Jack Lew, rispettivamente destinati al dipartimento di stato e al Tesoro. Per far funzionare la macchina del nuovo governo Obama ha bisogno di una solida cinghia di trasmissione, un facilitatore che appartenga al cerchio magico del presidente e allo stesso tempo non abbia un ego in espansione permanente. I piloti della locomotiva sono importanti, ma ci deve essere qualcuno che mette carbone giù nella stiva. Denis McDonough è l’uomo giusto per assolvere il compito. A meno di ripensamenti dell’ultimo minuto, la settimana prossima Obama ufficializzerà l’elevazione di McDonough da numero due del consigliere per la sicurezza nazionale a chief of staff, il capo di gabinetto del presidente, figura cruciale per il mantenimento degli equilibri della nuova Amministrazione e per fare da ponte con un Congresso diviso e votato all’indecisione. Al presidente non serve un mastino che ringhia a tutti quelli che incontra e nemmeno un dimesso ragioniere che sa far di conto, ha bisogno di una mente sistematica che conosce i meccanismi del potere senza esserne ricattato, una testa da outsider nel corpo di un insider; questa volta Obama ha scelto per somiglianza, e non per contrasto, con l’io presidenziale. La personalità di McDonough è in un punto equidistante dai tre chief of staff che sono passati per la Casa Bianca di Obama: Rahm Emanuel era il consumato politico che prende per il bavero i giornalisti e striglia i deputati, ornato da un ineguagliabile apparato leggendario in perfetto stile Chicago. Bill Daley, altro figlio della città del vento, aveva la legittimazione di Wall Street e una pericolosa tendenza a dire “fuck” durante le interviste. Jack Lew è un infaticabile secchione clintoniano più incline a rivedere un budget che a cesellare l’agenda quotidiana del presidente.
Il nuovo chief of staff è una sintesi obamiana. Ben Heineman, esperto osservatore della politica della capitale, dice che il lavoro del capo del gabinetto è il più importante dell’Amministrazione, e in particolare di questo secondo mandato di Obama, perché tutte le decisioni prese dai vari dipartimenti confluiscono alla Casa Bianca e il capo di gabinetto è la figura che regola il flusso d’informazioni e segnali, dirige il traffico politico del presidente, stabilisce le priorità e si occupa direttamente degli affari che Obama non può sbrigare in prima persona. Ma soprattutto il capo di gabinetto è un grande mediatore politico fra le indicazioni più estreme che arrivano alla Casa Bianca, e questo vale tanto per i dibattiti interni all’Amministrazione che per i segnali che vengono dagli avversari repubblicani. Sulla scrivania del presidente non arriva materiale grezzo, ma suggerimenti e proposte già parzialmente levigati e rivisti. Il responsabile di questa prima fase di digestione politica è il capo di gabinetto, figura che incrementa la sua rilevanza all’aumentare delle pietanze indigeste che vengono servite. E nel secondo mandato di Obama non mancano. Le obiezioni classiche a McDonough riguardano la giovane età, 43 anni, e le lacune sulla politica interna, alle quali i sostenitori rispondono ricordando che il ragazzo si è fatto le ossa nello staff dei senatori Tom Daschle e Ken Salazar.
In questi anni si è occupato di sicurezza nazionale, e dalla prima campagna elettorale di Obama si è guadagnato la fiducia dell’allora senatore contribuendo silenziosamente a definire la sua politica estera. McDonough è un misto di realismo e principi, un mediatore politico con disciplina militare e fiera militanza cattolica di ascendenza liberal, un genere che va forte nel casato politico di Joe Biden. Il discorso del 2009 al Cairo, quello della mano tesa al mondo musulmano, del “common ground” e dei sincretismi deboli porta la sua firma, così come l’argomento a favore della guerra giusta esposto davanti alla giuria del Nobel per la Pace concesso con mossa preventiva. McDonough, spesso fotografato in stile problem solver con una matita dietro l’orecchio, ha conquistato Obama parlando il doppio linguaggio della sicurezza nazionale e della politica estera, occupandosi di droni e di Vaticano, coniugando l’arte del corpo e dello spirito, sintesi che piace anche al suo attuale capo, Tom Donilon, laureato all’Università cattolica d’America. Dan Burke, giornalista del Religion News Service, ha parlato di un “gabinetto spirituale”, e McDonough è il suo capo per acclamazione. Il consigliere obamiano ha il classico pedigree del cattolico democratico: laurea all’Università cattolica di St. John, in Minnesota, e specializzazione a Georgetown, università gesuita ben collegata agli apparati della capitale. Suo fratello Kevin è un prete, già vicario generale della diocesi tribolata St. Paul. Nel 2006 Kevin ha pubblicamente negato che ci fosse fra i sacerdoti della diocesi una “sottocultura omosessuale”, e l’affermazione ha finito per metterlo contro il maggiore dei fratelli McDonough, William, prete che ha dismesso la tonaca ma non ha abbandonato la riflessione telogica. Nei suoi studi cerca di trovare nell’ambito del diritto naturale una giustificazione alle relazioni omosessuali. Denis dice che Obama ha sommamente a cuore il “bene comune”, anche se nelle mani di Obama la dottrina antropologica e politica di san Tommaso scolora facilmente nel “terreno comune”, una più laica sovrapposizione fra interessi convergenti: “In generale è una ricerca degli interessi comuni – ha spiegato McDonough – ma contiene anche la coscienza che nel mondo c’è il male da affrontare”. Nell’annus horribilis dei rapporti fra stato e chiesa – per via dell’obbligo dei contraccettivi nelle assicurazioni imposto da Obama – la conferenza episcopale americana ha invitato McDonough a intervenire in una Conferenza sulla libertà religiosa. Ha parlato di regola aurea e di politica estera, di Benedetto XVI e di Martin Luther King, ha citato il dialogo interreligioso e ha messo in mandorla la politica catholic friendly del “fratello in Cristo” Barack.